Con moneta sovrana, lo Stato può creare lavoro, benessere e speranza per milioni di persone.

“Se si imponesse alle banche di prestare solo cifre coperte da riserve reali, i prestiti sarebbero interamente finanziati da riserve, ovvero guadagni accantonati. A quel punto, gli istituti di credito non potrebbero più creare nuovi depositi dal nulla.” Maria Grazia Bruzzone, La Stampa

Eliminare il debito pubblico degli Usa in un colpo solo, e fare lo stesso con Gran Bretagna, Italia, Germania, Giappone,Grecia. E nello stesso tempo rilanciare l’economia, stabilizzare i prezzi e spodestare i banchieri. In modo pulito e indolore, e più rapidamente di quel che si può immaginare. Con una bacchetta magica? No. Con una legge semplice, ma capace di sostituire l’attuale sistema, in cui a creare denaro dal nulla sono le banche private. Basterebbe un provvedimento che obblighi gli istituti di credito a detenere una riserva finanziaria reale, del 100%. A proporlo sono due economisti del Fondo Monetario Internazionale, Jaromir Beneš e Michael Kumhof. Tu, banca, vuoi lucrare sul prestito di denaro? Prima devi dimostrare di averlo davvero, quel denaro. Troppo comodo farselo dare dalla banca centrale (che lo fabbrica dal nulla) per poi “taglieggiare” famiglie, aziende e interi Stati, imponendo interessi esorbitanti.

Lo studio dei due economisti, “The Chicago Plan Revisited”, contiene «una proposta rivoluzionaria e “scandalosa”»: Maria Grazia Bruzzone, su “La Stampa”, sottolinea la risonanza mondiale del dossier, che irrompe come una bomba sul sistema capitalistico mondiale ormai inceppato.

Il debito globale è arrivato all’esorbitante somma di 200 trilioni, cioè 200.000 miliardi di dollari, mentre il Pil del mondo è inferiore ai 70 trilioni. Tradotto: il debito mondiale è pari al 300% del prodotto interno lordo dell’intero pianeta.

«Ed a detenere questa immensa montagna di debito – che continua a crescere – sono più le economie avanzate che i paesi in via di sviluppo», ricorda la Bruzzone, sottolineando che «il cuore e la croce del problema» sono le massime “potenze”: Giappone, Europa e Stati Uniti. Di qui la sortita “eretica” di Beneš e Kumhof: semplicemente cancellare il debito, farlo sparire. A scatenare il dibattito è stato l’ultimo rapporto Fmi, che punta il dito sulle politiche di austerity mirate a ridurre il debito pubblico. Politiche che «potrebbero portare in recessione le economie», visto che «tagli e aumenti delle tasse deprimono l’economia».

Carlo II, il re che affidò la moneta alle bancheCarlo II, il re che affidò la moneta alle banche

Non solo. Il Fondo Monetario sarebbe realmente preoccupato: la crisi che sta devastando l’Europa minaccia di essere peggiore di quella finanziaria del 2008. La sorpresa è che persino il Fmi ora pensa che «l’austerità possa essere usata per giustificare la privatizzazione di servizi pubblici», con conseguenze «potenzialmente disastrose». Ma se il problema è il debito pubblico, ormai “privatizzato” dalla finanza – non lo si può cancellare? Soluzione già ventilata dalla Banca d’Inghilterra, che detiene il 25% del debito sovrano britannico: la Bank of England potrebbe azzerarlo con un clic sul computer. Vantaggi: «Si pagherebbero molto meno interessi, si libererebbe liquidità e si potrebbe rendere meno dura l’austerità». Il dibattito ferve su molti media, a cominciare dallo stesso “Financial Times”.

Discussione nella quale irrompe ora la proposta rivoluzionaria dei due economisti targati Fmi: cancellare il debito.

“The Chicago Plan Revisited”, scrive Maria Grazia Bruzzone, rilancia e approfondisce il “Chicago Plan” originario, elaborato nel bel mezzo della Grande Depressione degli anni ‘30 da altri due economisti, Irving Fischer ed Henry Simons della Chicago University, culla del liberismo.

Cancellare il 100% del debito? «Il trucco è rimpiazzare il nostro sistema, dove il denaro è creato da banche private – per il 95-97% della disponibilità di denaro – con denaro creato dallo Stato. Vorrebbe dire tornare alla norma storica, prima che il re inglese Carlo II mettesse in mani private il controllo del denaro disponibile», nel lontano 1666. Significherebbe un assalto frontale alla “riserva frazionale” delle banche, accusate di signoraggio speculativo sull’emissione di moneta: se i prestatori vengono invece costretti a detenere il 100% di riserve proprie a garanzia di depositi e prestiti, «perdono l’esorbitante privilegio di creare denaro dal nulla». Di conseguenza: «La nazione riguadagna il controllo sulla disponibilità di denaro», e inoltre «si riducono i perniciosi cicli di espansione e contrazione del credito».

James Tobin, il padre della Tobin TaxJames Tobin, il padre della Tobin Tax

Gli autori del primo “Piano di Chicago” avevano pensato che i cicli di espansione e contrazione del credito portano a una insana concentrazione di ricchezza: «Avevano visto nei primi anni Trenta i creditori pignorare gli agricoltori ridotti sul lastrico, accaparrarsi le loro terre o comprarsele per un pezzo di pane». Oggi, gli autori della nuova edizione di quel piano sostengono che il “trauma”del ciclo di credito che si espande e contrae – causato dalla creazione privata del denaro – è un fatto storico che si ritrova già coi Giubilei del Debito nell’antica Mesopotamia, così come nell’antica Grecia e persino a Roma. Il controllo sovrano (dello Stato o del Papa) sulla moneta corrente, ricorda la Bruzzone, in Gran Bretagna rimase tale per tutto il medioevo, fino al 1666, quando è cominciata l’era dei cicli di espansione e contrazione. Con la “privatizzazione bancaria” della moneta, aggiunge il “Telegraph”, «si aprì la strada alla rivoluzione agricola e subito dopo alla rivoluzione industriale e al più grande balzo economico mai visto» – ma non è il caso di “cavillare”, ironizza il quotidiano.

Secondo i giovani economisti del Fmi, è solo un mito – divulgato “innocentemente” da Adam Smith – che il denaro si sia sviluppato come mezzo di scambio basato sull’oro, o legato ad esso. Così come è un mito, puntualizza lo studio del Fondo Monetario, quel che si impara sui libri: e cioè che sia la Fed, la banca centrale americana, a controllare la creazione del dollaro.

«In realtà, il denaro è creato al 95-97% dalle banche private, attraverso i prestiti». Le banche private, infatti, non concedono prestiti in quanto proprietarie di depositi in denaro: il processo è esattamente il contrario. «Ogni volta che una banca fa un prestito, scrive nel computer il credito (più gli interessi) e nel suo bilancio la passività corrispondente. Ma di quel denaro che presta, la banca ne ha una minima parte. Se lo fa prestare da un’altra banca, o dalla banca centrale. E la banca centrale a sua volta crea dal nulla il denaro che presta alla banca».

Nel sistema attuale, infatti, la banca non è obbligata ad avere riserve proprie – se non per una frazione minima di quello che presta. In un sistema a “riserva frazionale”, ad ogni denaro creato dal nulla corrisponde un debito equivalente: «Il che produce un aumento esponenziale del debito, fino al punto che il sistema collassa su se stesso».

Gli economisti del Fmi ora rovesciano la situazione. La chiave è la separazione netta fra quantità di denaro e quantità di credito, fra creazione di moneta e concessione di crediti. Se si imponesse alle banche di prestare solo cifre coperte da riserve reali, i prestiti sarebbero interamente finanziati da riserve, ovvero guadagni accantonati. A quel punto, gli istituti di credito non potrebbero più creare nuovi depositi dal nulla. Generare profitti attraverso i prestiti – senza però disporre realmente di una riserva di denaro – è «un privilegio straordinario ed esclusivo, negato ad altri business».

«Le banche – conclude Maria Grazia Bruzzone – diventerebbero quel che erroneamente si crede che siano, puri intermediari che devono procurarsi all’esterno i loro fondi per essere in grado di fare prestiti». In questo modo, la Federal Reserve statunitense «si approprierebbe per la prima volta del controllo sulla disponibilità di denaro, rendendo più facile gestire l’inflazione». Di fatto, viene osservato, la banca centrale verrebbe nazionalizzata, diventando una branca del Tesoro, mentre ora la Fed fa ancora capo a banche private. “Nazionalizzando” la Fed, l’enorme debito nazionale si trasformerebbe in un surplus, e le banche private «dovrebbero prendere a prestito riserve per compensare le eventuali passività».

John Fitzgerald KennedyJohn Fitzgerald Kennedy

Voleva già farlo John Fitzgerald Kennedy, che si mise a stampare – a costo zero – “dollari del Tesoro”, contro quelli “privati” della Fed: ma la sfida di Jfk si spense tragicamente, come sappiamo, sotto i colpi dei killer di Dallas,rapidamente archiviati dalle “amnesie” di potentissimi insabbiatori. Moneta sovrana, emessa direttamente dal governo: lo Stato non sarebbe più “debitore”, ma diventerebbe un “creditore”, in grado cioè di acquistare il debito privato, che verrebbe anch’esso facilmente cancellato. Dopo decenni, torna in campo il fantasma di Kennedy. 

Warren MoslerWarren Mosler

In sostanza: anche gli economisti del Fondo Monetario ora sposano la teoria di Warren Mosler, che si batte per la sovranità monetaria come arma vincente per uscire – una volta per tutte – dalla schiavitù finanziaria che assoggetta interi popoli, stritolati dalla crisi, al potere egemonico di una ristrettissima élite di “rentiers”, mentre l’economia reale – coi servizi tagliati e il credito concesso col contagocce – va semplicemente a rotoli. E’ l’assunto cardinale della Modern Money Theory sostenuta in Italia da Paolo Barnard: se ad emettere “denaro creato dal nulla” è lo Stato, al posto delle banche, crolla il ricatto dell’austerity che impoverisce tutti, arricchendo smisuratamente solo i parassiti della finanza

Con moneta sovrana, lo Stato può creare lavoro a basso costo. E cioè: benessere, redditi e speranze per milioni di persone, con una ripresa garantita dei consumi. Puro ossigeno per l’economia.

Non c’è da stupirsi, aggiunge la Bruzzone, se già l’originario “Chicago Plan”, per quanto deliberato da commissioni del Congresso americano, non divenne mai legge, a dispetto del fatto che a caldeggiarlo furono ben 235 economisti accademici, compresi il liberista Milton Friedman e l’inglese James Tobin, il padre della “Tobin tax”. In pratica, «il piano morì per la fortissima resistenza del settore bancario». Sono le stesse banche, aggiunge la giornalista della “Stampa”, che oggi recalcitrano davanti agli obblighi di riserva un po’ più alti (ma sempre dell’ordine del 4-6%) imposti dalle regole di Basilea III, comunque insufficienti a fare da deterrente in caso di nuova crisi. Banche: «Le stesse che spendono miliardi in lobbying e in contributi elettorali ai candidati presidenti. E che davanti al nuovo “Chicago Plan” minacciano sfracelli e sostengono che “vorrebbe dire cambiare la natura del capitalismo occidentale”». Il che forse è vero, ammette la Bruzzone: «Magari però sarebbe un capitalismo migliore. E meno rischioso».

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