Israele si difende come nessuno al mondo, ma per questo può fare default

Da un punto di vista militare, le capacità dei palestinesi hanno compiuto un deciso balzo in avanti. Ma Israele dispone di strumenti di difesa efficaci. Come l’Iron Dome, gioiello tecnologico israeliano, che ha abbattuto oltre 400 razzi palestinesi ma che ha un problema: potrebbe portare il paese alla bancarotta.

Israele è, ancora una volta, di fronte alla minaccia di nugoli di razzi palestinesi diretti sulle sue città. Alcuni lanci sono stati indirizzati nei giorni scorsi su Be’er Sheva, Ashdod, Kiryat Malachi, Ofakim, Shaar Hanegev, Ashkelon, Gan Yavne e sul Centro di Ricerche Nucleari che sorge a pochi chilometri da Dimona, nel deserto del Negev. Tuttavia, ed è questa la novità più significativa, alcuni ordigni sono giunti fino a Tel Aviv e alla capitale Gerusalemme.

Dal punto di vista di Hamas i lanci, opera della brigata Izz ad-Din al-Qassam, la sua ala militare (che gode però di larga autonomia decisionale quanto a tempistica degli attacchi e scelta dei bersagli), costituiscono la risposta alla cosiddetta “Operazione Colonna di Nuvola”, lanciata il 14 novembre dalle forze israeliane nella striscia di Gaza con l’intento dichiarato di ristabilire la sicurezza per i cittadini israeliani dopo i 94 lanci di missili palestinesi avvenuti in ottobre e gli altri proseguiti questo mese. Tuttavia, l’operazione aveva probabilmente tra gli obiettivi non secondari anche l’eliminazione di Ahmed Jabari, il 52enne comandante della brigata Izz ad-Din al-Qassam.

Jabari è stato effettivamente ucciso nel corso di un raid aereo nel pomeriggio di mercoledì mentre attraversava Gaza in auto insieme alla sua guardia del corpo, mentre notizie non confermate indicano che dell’azione è rimasto vittima anche suo figlio. Dal punto di vista di Israele l’operazione è invece la risposta ai lanci di ordigni che si susseguono quasi ininterrottamente da mesi.

Durante l’attacco di Hamas del 15 novembre un razzo è caduto su Gush Etzion, un grosso quartiere situato sulle colline della Giudea, a sud di Gerusalemme, che conta circa 70mila abitanti organizzati in 22 comunità di diverso tipo (13 insediamenti comunali, 4 avamposti, 2 municipalità indipendenti e 3 “kibbutzim” agricoli). Gush Etzion rappresenta un bersaglio dalla valenza psicologica particolare in quanto il quartiere, fondato negli anni 20 e distrutto dalla Legione Araba poco prima dello scoppio della guerra guerra arabo-israeliana del 1948 con il massacro di 127 residenti, venne ricostruito dagli israeliani a partire dal 1967, cioè dopo la Guerra dei Sei Giorni.

È significativo, dunque, che Hamas abbia voluto colpire uno dei simboli della riscossa israeliana dopo la guerra-lampo di 45 anni fa che si concluse con la sconfitta delle forze della coalizione araba. Ed è altrettanto significativo che Israele abbia immediatamente replicato sabato scorso radendo al suolo, con un altro raid aereo, il quartier generale di Hamas a Gaza, con l’uccisione di altri tre militanti.

Fin qui, a parte la nuova possibilità della brigata Izz ad-Din al-Qassam di scegliersi bersagli più lontani da Gaza e molto “paganti” come Gerusalemme e Tel Aviv, non sta avvenendo nulla di strano né di diverso rispetto a quanto accade frequentemente da quelle parti: Israele mette a punto i suoi attacchi chirurgici sfruttando l’abissale superiorità tecnologica che separa le sue Forze Armate da quelle di Hamas, che risponde con l’arma dei poveri, cioè i razzi non guidati che cadono… dove cadono. Secondo il brigadiere generale Eyal Eizemberg, che guida lo Home Front Command delle Forze Armate israeliane, l’operazione Colonna di Nuvola si protrarrà per settimane, quindi non è possibile mettere ora a bilancio i risultati di un’azione militare che appare lunga e molto articolata, visto che ha già visto la partecipazione anche delle forze navali israeliane, impegnate a battere dal mare obiettivi situati nella striscia di Gaza, e l’infiltrazione di elementi della leggendaria e misteriosa Unità 5101 “Shaldag” (Martin pescatore) per la designazione dei bersagli.

Che si tratti di un’operazione a lungo respiro che prevede probabilmente anche la penetrazione fisica delle forze di Gerusalemme nella striscia è testimoniato dal fatto che Israele ha mobilitato almeno 16mila riservisti, mentre alcune fonti riferiscono che potrebbero esserne richiamati fino a 75mila. Tuttavia, anche a fronte di un quadro non del tutto chiaro della situazione, un minimo di analisi tecnica è possibile.

I razzi a disposizione di Hamas vengono generalmente definiti “Kassam” dagli israeliani e anche dalla stampa locale o internazionale, perché questo era il nome ufficiale di tali ordigni quando fecero la loro comparsa nell’arsenale palestinese, nel 2001. Tuttavia, da allora il nome “Qassam” è divenuto sinonimo di “razzo” né più né meno com’è avvenuto con il famoso lanciarazzi campale sovietico “Katyusha”, il cui nomignolo è stato poi utilizzato impropriamente in Occidente, a partire dal secondo conflitto mondiale, per definire più o meno tutti i sistemi d’arma del genere prodotti dal blocco orientale, anche se molto diversi tra loro. In realtà, Hamas dispone di almeno tre differenti ordigni, il Qassam, il Grad e il Fajr.

Il Qassam, in produzione dal settembre 2001 e utilizzato a partire dalla seconda “intifada” del 2002, è un razzo di costruzione semi-artigianale per la cui realizzazione i palestinesi utilizzano materiali e componenti facilmente reperibili. Il suo corpo cilindrico può essere d’acciaio, alluminio o ghisa e presenta nella parte terminale quattro alette stabilizzatrici cruciformi. La testata contiene una carica esplosiva composta solitamente da una miscela di tritolo e nitrato di urea, un fertilizzante chimico di uso comune, il cui potere offensivo viene talvolta aumentato grazie all’aggiunta di sferette metalliche del tipo di quelle utilizzate nei cuscinetti volventi. Il propellente (solido) è un blocco a forma di parallelepipedo composto da zucchero fuso e nitrato di potassio, un altro noto fertilizzante.

Nelle prime versioni del Qassam la spinta propulsiva avveniva tramite un singolo ugello di grandi dimensioni tornito nella piastra di chiusura alla base del razzo, mentre in quelle oggi in produzione gli ugelli sono sette, di diametro più contenuto, applicati dopo aver forato la piastra con un comune trapano, un procedimento meno complesso e costoso della tornitura. Gli ugelli sono orientati in modo che i flussi di gas in uscita siano paralleli all’asse longitudinale del razzo e non inclinati, il che semplifica la costruzione e permette di realizzare un gran numero di ordigni con costi contenuti: 400-800 dollari ciascuno, in base alla versione. Tuttavia, questa soluzione impedisce al Qassam di ruotare intorno al proprio asse grazie ai flussi di gas obliqui e di stabilizzare la sua traiettoria proprio mediante la rotazione. Di conseguenza, il suo CEP (Circolo di Errore Probabile, ossia, in balistica, il raggio del cerchio in cui ha la probabilità di cadere il 50% dei colpi sparati) è piuttosto elevato e la precisione del razzo risulta alquanto modesta, il che lo rende una tipica arma da saturazione che per risultare di una qualche efficacia va lanciata in grandi quantità.

Il dispositivo di detonazione della testata è semplicissimo: i suoi componenti sono una cartuccia da arma da fuoco, un chiodo che agisce da percussore e una molla metallica che lo fa scattare. Del Qassam se ne conoscono quattro versioni (Qassam I, II, II e IV) con dimensioni, gittate e testate differenti. La lunghezza varia da 80 a 255 cm, il diametro da 60 a 200 mm e il peso da 15 a 50 kg. La testata può pesare da 0,5 a 20 kg. Quanto alla gittata, si va dai 4,5 km della versione I ai 18-20 km del Qassam IV. Il lancio avviene tramite una rudimentale rampa metallica in due pezzi somigliante a una scala, semplicemente appoggiata sul terreno in modo da consentire lanci inclinati.

Il Grad è un razzo più sofisticato e capace del Qassam. Le origini del sistema d’arma, il cui nome esatto è BM-21 Grad, sono ancora una volta sovietiche e risalgono ai primi anni 60. Si tratta di un insieme lanciatore-razzo (il primo è denominato BM-21, il secondo 9M22, ma ne esistono parecchie varianti con sigle diverse) realizzato in numerose versioni e copiato anche dalla Cina (che ne ha catturato un esemplare intatto durante la breve guerra “punitiva” contro il Vietnam del 1979) e dall’Iran tramite le consuete attività di “reverse engineering” nelle quali entrambi i Paesi sono maestri.

La brigata Izz ad-Din al-Qassam ha utilizzato in passato principalmente la versione iraniana del Grad (che probabilmente raggiunge i territori controllati da Hamas grazie ai famosi tunnel sotterranei che attraversano il confine egiziano) lunga 2,83 metri, ma si ha notizia dell’uso anche di quella cinese denominata WS-1E, una sigla che appare come una riduzione del nome cinese dell’ordigno, Weishi (Guardiano), lungo 2,94 metri e del quale i palestinesi sono più soddisfatti per via della superiore gittata (fino a circa 45 km, contro i 18-20 del Grad iraniano) e del maggior potere dirompente della testata (22 kg contro 18). Anche il WS-1E, comunque, pare raggiunga Gaza sempre via Iran tramite i citati tunnel sotterranei.

Sostanzialmente, il Grad iraniano e il WS-1 cinese sono ordigni, sempre non guidati, del diametro di 122 mm trasportati in contenitori-lanciatori pluricanna (fino a 40 canne) autocarrabili, ma Hamas ne utilizza le versioni basate sull’originario razzo russo 9M28/DKZ-B accorciato, impiegabile con lanciatore singolo riutilizzabile, facilmente trasportabile su automezzi improvvisati anche leggeri e che teoricamente può essere maneggiato da un singolo operatore, visto che i razzi veri e propri pesano, rispettivamente, 72 e 74 kg. I quattro stabilizzatori di coda, angolati di un grado rispetto all’asse longitudinale, conferiscono al Grad un’apertura alare stimata in 226 mm. La testata è del tipo HE-Frag (High Explosive-Fragmentation) e detona tramite una spoletta che, per motivi di sicurezza, si attiva con dispositivo inerziale a una distanza tra i 150 e i 400 metri dal lanciatore.

In teoria, la testata può ospitare anche agenti fumogeni, incendiari e anche aggressivi biologici o chimici (gas nervini tipo VX o GB), che però non sembrano fortunatamente far parte dell’arsenale di Hamas. Il motore razzo, ad accensione elettrica, è alimentato da un combustibile solido a doppia base (per esempio nitrocellulosa con l’aggiunta di agenti gelatinizzanti come nitroglicerina o nitrato di glicoetilene), ma sono state sperimentati anche propellenti a base singola, nonché versioni del Grad con due motori.

Il vero salto di qualità per Hamas è stato tuttavia riuscire a procurarsi il Fajr-5, un razzo sviluppato dall’Iran sulla base del precedente Fajr 3, a sua volta basato sul WS-1 fornito a Teheran dalla Cina. L’ordigno, che secondo l’intelligence israeliano ha un ulteriore derivato nel Khalbar-1 utilizzato dalle milizie di Hezbollah fin dal 2007 per lanci dal Libano verso Israele, è lungo circa 6,5 metri, ha un diametro di 333 mm e un peso di circa 915 kg, con una testata da 175 kg che contiene una carica HE da 90 kg. Già la quantità di esplosivo indica che un Fajr-5 può provocare danni assai maggiori rispetto ai razzi descritti in precedenza. Il lanciatore del Fajr-5 viene ospitato su veicoli di dimensioni e portata non troppo elevate (in Iran si utilizzano autocarri Mercedes 6×6 con quattro contenitori-lanciatori e con stabilizzatori idraulici da abbassare prima del lancio). A parte il maggior potere distruttivo, la caratteristica più preziosa del Fajr-5 è la sua gittata, che si aggira sugli 80 km.

È proprio questa gittata ad aver reso possibili i lanci del 15 novembre su Gerusalemme-Gush Etzion, distante circa 78 km da Gaza (e quindi al limite del raggio d’azione di tali armi) e su Tel Aviv, che ne dista 71. Che i lanci da più lontano non siano episodici ma rappresentino una vera strategia è testimoniato dal fatto che alcune indiscrezioni, basate evidentemente su fonti dell’intelligence israeliana che ha esaminato i resti di qualche ordigno inesploso o non completamente distrutto, indicano che molti razzi appaiono modificati con la riduzione della testata esplosiva in favore di un aumento del combustibile trasportato. Lo scopo è, evidentemente, quello di aumentare l’autonomia a scapito della potenza distruttiva.

Fonti palestinesi, comunque, hanno aggiunto elementi di confusione affermando che gli ordigni lanciati su Tel Aviv e Gerusalemme appartengono al tipo M-75 prodotto localmente e utilizzato per la prima volta. Tale sigla non è nota, quindi sono possibili due spiegazioni: o M-75 non è altro che la denominazione palestinese del Fajr-5 ottenuto direttamente dall’Iran (con modalità tutte da accertare, visto che si tratta di un ordigno da quasi una tonnellata il cui transito attraverso i tunnel sotterranei risulterebbe ben difficoltoso, se non impossibile), oppure il fantomatico M-75 è una copia locale del Fajr-5. In quest’ultimo caso, però, bisogna concludere che le capacità tecnico-industriali dei palestinesi hanno compiuto un deciso balzo in avanti.

Quali effetti possono avere gli attacchi su Israele da parte della brigata Izz ad-Din al-Qassam? Benché gli ordigni abbiano provocato alcune vittime tra la popolazione israeliana il loro effetto, anche se tutt’altro che trascurabile, è soprattutto psicologico. Da quando Hamas e Hezbollah (quest’ultima organizzazione a partire dalla seconda guerra del Libano, nel 2005) hanno iniziato a lanciare razzi, le vittime israeliane sono state poche decine. Solo a termine di paragone, con l’operazione Colonna di Nuvola, Gerusalemme ha causato in pochi giorni la morte di circa 50 palestinesi (militanti o semplici civili) e il ferimento di almeno altri 400. Le difese messe in campo dallo Stato israeliano nei confronti degli attacchi con razzi, poi, ne riducono di molto l’efficacia. Tali difese sono di due tipi, passiva e attiva, confluite rispettivamente nel programmi denominati “Red Color” e “Iron Dome”.

Il programma “Red Color” (Tzeva Adom, in ebraico) è in pratica un sistema radar di allarme precoce che attiva automaticamente una serie di messaggi sonori per allertare le popolazioni delle città e il personale delle basi militari che si trovano nel previsto raggio d’azione degli ordigni. Quando i radar (probabilmente gli stessi Elta EL/M 2084 MMR utilizzati nel sistema Iron Dome del quale parleremo più avanti) rilevano la presenza di un lancio dalla striscia di Gaza, calcolano il punto di partenza e quello di probabile impatto dell’ordigno e attivano un segnale d’allarme bitonale diffuso due volte da appositi altoparlanti, dopodiché una voce femminile ripete le parole “Tzeva Adom”.

L’avviso, completo di segnalazioni acustiche, viene ripetuto fino all’impatto dei razzi e comunque fino a quando non vengono più rilevati lanci. Udito l’allarme, gli interessati devono recarsi nei rifugi (i cosiddetti “spazi residenziali sicuri”, che un acronimo ebraico definisce “Mamad”) allestiti nei condomini e nelle basi militari. In mancanza di tali strutture, ogni cittadino israeliano è tenuto ad allestire preventivamente nella sua abitazione una “stanza sicura” dove rifugiarsi in caso di attacco, realizzata secondo le indicazioni fornite dal Front Home Command, e ad adottare i comportamenti codificati nelle istruzioni. Il Paese è disseminato di rifugi e in alcune città anche le fermate degli autobus sono corazzate con piastre anti-scheggia a difesa dei passeggeri.

Periodicamente, in tutti i centri abitati e nelle basi vengono svolte frequenti esercitazioni di allarme simulato. Nell’estate del 2010, chi scrive ha assistito personalmente a un’esercitazione “Red Color” organizzata all’interno della base navale di Haifa, la più grande del Paese, e può testimoniare della severità della simulazione e della meticolosità con la quale il personale civile e militare israeliano applica le procedure del caso. Nonostante ciò, sono state avanzate delle critiche al sistema “Red Color” basate sul preavviso troppo breve consentito dalle attuali tecnologie rispetto al concretizzarsi del pericolo. Ciò è senz’altro vero per alcune città. A Sderot, per esempio, ubicata ad appena un chilometro dalla striscia di Gaza, tale preavviso è di circa 15-17 secondi, effettivamente insufficiente.

L’Iron Dome (“Cupola di Ferro” o, in ebraico, Kipat Barzel) è un sistema missilistico che Israele ha messo a punto per la difesa da razzi, missili, proiettili d’artiglieria e di mortaio. Attualmente non ha eguali al mondo. È stato sviluppato (in tempi record) a partire dal 2005 dalle industrie militari locali: Rafael per la parte missilistica, Elta per quella elettronica e mPrest System per il software.

Ha raggiunto ufficialmente la Ioc (Inital Operational Capability) nel marzo 2011 dopo aver dimostrato la sua efficacia in numerosi test e il primo sistema è stato dispiegato il 27 marzo nei pressi di Be’er Sheva. Ogni postazione Iron Dome è composta da un’unità radar a medio-lungo raggio Elta EL/M 2084 MMR in banda “S” che funziona in modalità AESA (Active Electronically Steered Array), da un gruppo di fuoco dotato del missile intercettore Rafael Tamir e da un’unità di controllo, il tutto trasportabile su automezzi ad elevata mobilità e utilizzabile in circa 20 minuti dall’arrivo sul posto.

La rapidità di dispiegamento s’è rivelata preziosa proprio in questi giorni, visto che alla notizia dei primi razzi lanciati su Tel Aviv una delle batterie dislocate altrove è stata immediatamente spostata a difesa della città. Il radar può scoprire un proiettile d’artiglieria (tipicamente del calibro di 155 mm) a una distanza fino a 100 km e un razzo o missile fino a 350 km. L’unità di controllo può inseguire, tracciare e classificare contemporaneamente fino a 200 bersagli-proiettile al minuto o fino a 1.200 bersagli-razzo/missile. Oltre a individuare il punto di lancio di un ordigno, può calcolarne le traiettoria e predirne il punto di caduta con un CEP di 125 metri per un lancio individuato a 50 km di distanza. Secondo la predizione del punto di caduta, l’unità di controllo può stabilire se l’ordigno in arrivo costituisce un pericolo o meno per l’area da difendere.

Nel primo caso parte la procedura di fuoco, nel secondo caso l’ordigno viene lasciato cadere senza alcuna reazione. Una caratteristica preziosa, visto che ogni missile Tamir costa l’equivalente di oltre 50mila dollari, contro le poche centinaia di un razzo palestinese. Le prestazioni complessive del sistema in termini di copertura e capacità di reazione consentono a ciascuna batteria Iron Dome, composta tipicamente da tre unità di fuoco con 20 missili ciascuna, di tenere sotto controllo un’area di 150 km quadrati e di ingaggiare bersagli distanti tra i 4 e i 70 km.

I costi di sviluppo e i primi due sistemi sono stati finanziati interamente da Israele, mentre gli Stati Uniti vi hanno contribuito con successivi stanziamenti di 210 e 680 milioni di dollari. In totale, risultano finanziate 10 batterie e cinque sono già operative, ma Israele intende acquisirne una quindicina in tutto. Gli Usa sono interessati all’Iron Dome e anche a produrlo su licenza, ma nonostante siano finanziariamente coinvolti nel programma non hanno alcun diritto sulla sua tecnologia, per ora saldamente in mano a Israele. Anche la Nato ha mostrato interesse verso il sistema, che risulterebbe utile per proteggere le forze della coalizione internazionale in Afghanistan.

Il battesimo del fuoco dell’Iron Dome è avvenuto il 7 aprile 2011, quando un Tamir ha abbattuto per la prima volta un Grad lanciato sulla città di Ashkelon. Inizialmente, i palestinesi hanno cercato di contrastare l’Iron Dome spostando spesso le loro rampe per rendere difficoltosa l’individuazione dei lanci, poi le hanno arretrate tentando di individuare zone non coperte dal radar Elta e, infine, hanno provato a scatenare attacchi di saturazione con sciami di 7-10 razzi per volta al posto dei lanci singoli. Qualche volta hanno avuto successo, e anche i razzi caduti in questi giorni dimostrano che l’Iron Dome non ha un efficacia del 100% (un risultato che, del resto, nessun sistema può vantare).

Fino al 15 novembre, il sistema è accreditato dell’abbattimento di oltre 400 razzi, dei quali circa 250 avvenuti durante i primi giorni dell’operazione “Colonna di Nuvola”. Fonti israeliane indicano che nel corso dell’operazione la percentuale di successi dell’Iron Dome si è aggirata sul 90%, un valore che, se confermato, sarebbe in ogni caso da considerare un risultato straordinario. Alcuni analisti militari israeliani hanno criticato il rapporto costo/efficacia dell’Iron Dome affermando che il suo impiego intensivo a fronte di attacchi massicci da parte di Hamas potrebbe portare il Paese alla bancarotta: sono stati suggeriti sistemi alternativi, basati per esempio su armi laser a energia diretta. Tuttavia il parlamento israeliano, memore dei test con armi del genere di origine americana effettuati in passato e rivelatisi non del tutto soddisfacenti, ha deciso di continuare con il programma Iron Dome prevedendo nuove batterie e il potenziamento del sistema estendendone il raggio d’azione fino a 250 km.

http://www.linkiesta.it

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